Lavoro nel Mezzogiorno

Mezzogiorno_dItaliaEsiste una profonda incoerenza tra unità territoriale ed unificazione economica del Paese, in quanto tutti gli indicatori economici hanno confermato che negli ultimi anni il Mezzogiorno è rimasto fermo rispetto al resto del Paese;

la situazione economica meridionale, resa più drammatica dalla crisi del 2007-2013, precede con tutta evidenza quella crisi, mentre la crescita media del PIL al Sud è stata pari a poco più della metà di quella del Centro-Nord;

il divario può essere analizzato suddividendo gli ultimi centocinquanta anni in distinti periodi: nei primi trent’anni, cioè dal 1861 al 1891, il PIL pro capite del Sud superava o eguagliava quello del Centro-Nord; alla fine dell’ottocento inizia una chiara divergenza costante di tutte le regioni meridionali dal resto del Paese fino al 1920; dal 1921 al 1940 i divari accelerano e nel periodo bellico le differenze si acuiscono, sempre a svantaggio del Mezzogiorno; la fase che va dal dopoguerra fino allo shock petrolifero, 1973, durante la quale l’intero Paese ha vissuto un momento di crescita, è il principale periodo di convergenza: le regioni del Mezzogiorno si riavvicinano ai livelli medi nazionali; tuttavia, dal 1970 i processi di convergenza appaiono arrestarsi e il divario si riallarga; sebbene nei primi anni del nuovo secolo vi siano deboli segnali positivi, nel 2009 il PIL pro capite del Mezzogiorno è pari al 59% di quello del Centro-Nord e nessuna delle regioni del meridionali raggiunge il PIL pro capite medio nazionale;

l’impostazione e l’andamento attuativo del nuovo “Quadro Strategico Nazionale” 2007-2013 e 2014-3030 si muovono all’interno di una sostanziale continuità con il precedente periodo di programmazione dimostratosi deludente;

nel complesso del periodo 1891-2015 l’aumento del divario è attribuibile a una minore dinamica della produttività con conseguente riduzione del tasso di occupazione. Tra il 1951 e il 2015, il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato costantemente al Sud rispetto a quello del Centro-Nord;

nel Meridione la futura uscita dalla crisi, rispetto al resto del Paese, sconta: la debolezza del settore industriale, la sua minore competitività e quindi anche la maggiore pressione concorrenziale originata dalla globalizzazione dei mercati, che influenza maggiormente i settori di specializzazione dell’economia del Mezzogiorno;

alla luce dei dati e delle considerazioni sopra riportati, si può affermare che per ottenere la crescita a Sud, che porti nel lungo periodo non solo a una riduzione della forbice ma a un’affermazione dell’economia meridionale, occorre una profonda riorganizzazione dei contratti nazionali di lavoro;

è fondamentale mantenere l’eguaglianza giuridica fra lavoratori di tutto il territorio nazionale, ma nel tempo stesso la parte economica del contratto va collegata strettamente al costo della vita nel territorio. In altre parole, la definizione del salario base deve essere affrontata regione per regione e categoria per categoria, onde tener conto delle differenze;

per creare attrattività dei territori meridionali, lo Stato deve assicurare la fiscalità di vantaggio, mentre i sindacati dei lavoratori e delle imprese devono dare il loro concreto contributo, rinunciando per un determinato periodo di tempo a parte dell’utile e del salario, ciò consentirà di attrarre capitali e progetti dal resto del mondo;

l’intervento così delineato darà al Meridione una ritrovata centralità nel Mediterraneo, permettendo l’attuarsi di una politica industriale attiva che sappia interpretare la vocazione del Sud ad uno sviluppo centrato su: risorse naturali, archeologiche e ambientali, fonti energetiche e logistica al servizio della distribuzione della ricchezza che attraversa il Mediterraneo e che va intercettata dal nostro sistema di trasporto intermodale;

il Governo si deve impegnare a: promuovere, in tempi rapidi, la convocazione delle associazioni dei datori di lavoro e organizzazioni sindacali dei lavoratori comparativamente più rappresentative, al fine di avviare la revisione del contratto nazionale di lavoro nel senso sopraindicato e nello stesso tempo assicurare alle parti sociali un contributo dello Stato in termini di fiscalità di vantaggio, che potrà realizzarsi al momento della conclusione di un accordo quadro, che preveda il contributo dell’impresa e dei lavoratori, per rendere competitivi e attrattivi i territori meridionali.

AURELIO MISITI