La cultura dell’acqua per ridurne gli sprechi e combattere la siccità

Intervista all’ing. Sandro Cecili, Comitato Tecnico Scientifico CNIM

Nel corso della sua trentennale carriera professionale, l’ing. Cecili ha ricoperto prestigiosi incarichi all’interno di ACEA S.p.A. occupandosi della gestione dell’esercizio idrico e dei servizi ad esso correlati. Dal 2017 al 2018, l’ing. Cecili è stato Presidente di ACEA ATO 2. Abbiamo il piacere di intervistarlo in merito all’emergenza idrica nel nostro Paese.

Buongiorno ingegnere e grazie per aver accettato il nostro invito. La siccità registrata in Italia a giugno e luglio 2022 ha riportato nelle cronache il tema della scarsità di acqua; eppure l’Istat ha calcolato che nel 2020, in Italia, sia stata sprecata il 36,2% dell’acqua immessa in rete. Questo dato è la conseguenza dello stato delle tubature, che nel 60% dei casi è stato messo in posa più di 30 anni fa. In che modo una corretta manutenzione può incidere su questi dati?

La manutenzione del parco acquedottistico e delle reti idriche italiane è fondamentale. Si tratta di una manutenzione che deve essere affrontata da un punto di vista ingegneristico, con un approccio molto differente dal passato.

Oggi, grazie all’introduzione diffusissima di sensoristica delle reti, e alla possibilità di acquisire dei dati in continuo, è possibile valutare e selezionare quelle zone in cui ci sono maggiori perdite idriche, per intervenire direttamente e tempestivamente sul punto, ai fini della riduzione della quantità di risorsa idrica che viene persa dal sistema acquedottistico.

Fino a dieci anni fa, era impossibile realizzare queste cose sostanzialmente per due fattori, oggi superati: il costo della sensoristica e l’indisponibilità di reti di comunicazione adeguate.

Grazie alle nuove tecnologie e alla possibilità di poter inserire i sistemi di telecontrollo della lettura e della misura dell’utenza, siamo capaci di fare un raffronto tra la quantità di acqua immessa in rete e le quantità di acqua effettivamente distribuita all’utenza, e conseguentemente, di intervenire direttamente laddove è maggiore questa differenza.

In sostanza, se affrontata da un punto di vista ingegneristico, ovvero attraverso una nuova concezione di approccio, sia delle strutture esistenti, sia dell’implementazione di queste nuove tecnologie, l’evoluzione tecnologica di questi ultimi anni ci mette in condizione di ridurre la percentuale di perdite idriche misurata dall’Istat.

All’interno del territorio italiano, il divario è ancora più netto fra le zone in cui sono presenti società di gestione più virtuose e zone in cui le società di gestione lo sono meno.

Esistono delle valide tecnologie per rimediare a questa situazione di inefficienza idrica?

Assolutamente sì.  Sul territorio italiano sono comunque rare le società in cui il divario fra la quantità di acqua prelevata dall’ambiente e quella effettivamente distribuita all’utenza e consumata dal cittadino, abbiano percentuali limitate fra il 10% e il 20%, valori  questi che, a livello mondiale, caratterizzano una società virtuosa.

A fronte di 900 milioni di euro stanziati dal PNRR per l’efficientamento idrico, Il MIMS ha ricevuto 119 proposte di interventi. Esistono delle tecniche innovative che permettono di ridurre le perdite idriche senza dover sostituire le condotte?

Per quanto riguarda la mia esperienza, l’approccio corretto è rappresentato dall’affrontare questo problema complesso sezionando i vari settori in cui intervenire. Ciò è possibile operando attraverso progetti specifici sul reparto che riguarda il prelievo dell’acqua dall’ambiente, sulla struttura impiantistica che concerne la captazione, il trasporto e l’immagazzinamento dell’acqua, sui serbatoi e sull’ultima parte che riguarda la distribuzione della rete idrica e la consegna all’utenza.

Per ciascuno dei singoli settori: captazione, adduzione, distribuzione e consegna all’utenza, è di fondamentale importanza che si aprano dei cantieri di lavoro, in modo da analizzare quali sono le componenti tecniche che devono essere costantemente o periodicamente controllate.

Il monitoraggio può avvenire in maniera diretta, attraverso del personale predisposto, oppure mediante sistemi di telecontrollo, con sistemi video, con delle visure, in modo tale da percepire immediatamente quelle che sono le variazioni ed intervenire tempestivamente.

Per esperienza so che, fatto 100 il numero delle perdite su una rete, solamente il 40% di queste risulta visibile; il 30% si trova in ambienti ispezionabili dai tecnici (manufatti di manovra, nei centri idrici, nei serbatoi, ecc.) mentre il restante 30% non è visibile.

Questo ordine di grandezza suggerisce che, oltre alla verifica visiva della perdita sulla strada, c’è una percentuale di perdite pari al 60% che deve essere affrontata con una serie di tecnologie oggi disponibili e che, grazie al PNRR, possono essere sviluppate e utilizzate per recuperare questo grande margine sul quale è possibile intervenire.

La “Water Service Divide” è la linea immaginaria che divide il sistema idrico del Paese, con le regioni del sud che si confermano soffrire maggiormente l’inefficienza delle infrastrutture idriche. Esiste una strategia per poter colmare questo divario?

Certamente. Il divario può essere analizzato anche da un punto di vista legato alla vetustà degli impianti e alla quantità di investimenti che sono stati realizzati su di essi. C’è una grossa differenza tra nord e sud Italia riguardo sia alle attività di manutenzione ordinaria che vengono fatte sugli impianti, sia alla quantità degli investimenti effettuati. Soprattutto relativamente a questo secondo punto, sussistono delle differenze enormi.

A livello europeo l’investimento globale su un servizio idrico ha valori medi consigliati di 80-100 euro annui per abitante; in Italia le società più virtuose investono circa la metà. Serve un forte impulso nella realizzazione sia di nuove opere, sia nel mantenimento e nella ristrutturazione di opere preesistenti.

Questo è un problema che si presenta soprattutto nel sud Italia. Se noi prendessimo un elenco delle società più virtuose, ovvero che hanno minori perdite sulla loro rete idrica, scopriremmo che, nel 99% dei casi si tratta di società che appartengono al centro-nord Italia. Sotto questo punto di vista, il PNRR è fondamentale per ridurre il gap infrastrutturale.

Parliamo spesso di responsabilità individuale. Quanto pesa il comportamento di ogni persona nel consumo idrico quotidiano? Quali sono le best practices che il singolo cittadino può mettere in atto per limitare lo spreco d’acqua?

Al di là dei consigli che si possono dare al cittadino sul corretto utilizzo della risorsa idrica, ritengo sia necessario, da un punto di vista generale, diffondere la “cultura dell’acqua”.

Il flusso dell’acque che esce dal rubinetto ha dietro di sé una struttura impiantistica e gestionale molto importante. È necessario diffondere una cultura legata al valore dell’acqua.

Nel momento in cui utilizza quest’acqua, il cittadino deve comprendere che dietro ogni goccia c’è un grande lavoro; ci sono strutture a livello comunale, a livello regionale e a livello statale che lavorano per consentirgli questo flusso.

È un problema culturale; ed è quindi fondamentale avviare un’opera di sensibilizzazione che parta dalle scuole. Bisogna fare in fretta, in quanto stiamo attraversando un periodo che non si era mai verificato prima in forma così grave e con il quale oggi ci ritroviamo a fare i conti.

Esiste tutta una serie di atteggiamenti individuali da adottare per evitare lo spreco idrico, come ad esempio: chiudere il rubinetto quando ci si lava i denti, utilizzare la lavatrice a pieno carico, riciclare l’acqua di cottura della pasta per innaffiare i fiori, piuttosto che gettarla nel lavandino. Altri esempi possono essere: preferire la doccia, piuttosto che il bagno nella vasca e utilizzare i rubinetti frangigetto.

Lo spreco dell’acqua appartiene perlopiù ad una concezione legata anche al fatto che, in molti comuni, l’acqua veniva in precedenza concepita come un bene pubblico e gratuito, senza un valore reale.

Oggi invece, è necessario dare valore all’acqua, sia da un punto di vista ambientale, che da un punto di vista gestionale: fornire ai rubinetti dei cittadini acqua di buona qualità, garantita e potabile, ha un costo gestionale.

Non si può poi infine dimenticare l’utilizzo che facciamo dell’acqua, una volta riversata nelle fogne e negli impianti di depurazione.

Alcune zone del nostro Paese sono ancora carenti sotto l’aspetto infrastrutturale; il PNRR potrebbe intervenire soprattutto nelle regioni del sud Italia, attraverso investimenti nella costruzione e nella manutenzione di impianti fognari, oltre che nella costruzione, manutenzione ed esercizio degli impianti di depurazione.

In questo modo sarebbe possibile reimmettere nell’ambiente acqua depurata e, conseguentemente, ridurre l’inquinamento.

Ringraziamo l’ing. Cecili per il suo contributo. In conclusione, è fondamentale che a livello istituzionale, tecnico e personale si diffonda una cultura di valorizzazione della risorsa idrica; una “cultura dell’acqua” appunto.

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